Lucio tu parlavi una lingua meravigliosa

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Fa male ascoltarlo, fa male non ascoltarlo. Fa male ascoltarlo, ma è impossibile non ascoltarlo. E anche volendo, pure al bar e al supermercato suonano Caruso e Anna e Marco, quindi tanto vale rassegnarsi. In questi giorni – e poi qui a Bologna, in piazza Maggiore e davanti a casa sua, fra tutti quei fiori e quei biglietti e le sciarpe del Bologna – tutto è Lucio Dalla.
Che poi Lucio Dalla era tipo la mascotte dei cantautori. Vai a chiedere i più grandi e nessuno ti dice Dalla. E quello che è un poeta e l’altro che è un principe, quell’altro piace ai francesi, uno era amico di Berlinguer, un altro ancora è amico di Fazio. In mezzo a tutti questi Dalla stava lì, la faccia gentile di uno che non si prende sul serio – pessimo per un cantautore – di uno che si diverte a suonare – pessimo pure questo – e a stare in mezzo alla gente, la sua gente – terribile questa. Ma poi questa cosa di non prendere posizione politica, non abbastanza, che ribrezzo, questo essere amico di tutti, era pure amico di Berlusconi, Dalla, dicono. E poi la televisione, i programmi con la Ferilli su Rai1, addirittura Sanremo col tizio di Amici.
No, Dalla non si prendeva abbastanza sul serio – Attenti al lupo, la canzonetta, e quei cappelli strani e quei capelli finti. E poi se era gay perché non ce l’ha detto? Non era nemmeno gay abbastanza, Dalla.
Invece era forse il più grande. Come musicista sì, lo era senza dubbio. Ma per un decennio, gli anni Settanta, è stato il più grande e basta. Una grandezza anche difficile da valutare. Perché tra il 1971 e il 1980, incise 7 album in studio praticamente perfetti – e quale altro cantautore può dire altrettanto? – e fece pure Banana Republic con De Gregori.
Sette album diversi fra loro – diverse le idee di fondo, diversa la musica, diversi persino gli autori – ma accomunati dalla presenza di grandi canzoni e grandi parole. Sette album le cui canzoni davvero potrebbero finire tutte in ipotetici best of, ché lasciarne fuori qualcuna sarebbe fare un torto.
Comincia nel 1971 con Storie di casa mia, coi testi affidati a Sergio Bardotti e Paola Pallottino, e dentro Itaca, Un uomo come me, Il gigante e la bambina, 4 marzo 43. Poi Il giorno aveva 5 teste, Anidride SolforosaAutomobili. Sono gli album della collaborazione col poeta Roberto Roversi, gli album di Un’auto targata TO, Tu parlavi una lingua meravigliosa, Nuvolari, Il motore del 2000.
Poi nel 77 la svolta. A 35 anni Dalla comincia a scriversi i testi da solo con risultati devastanti. Com’è profondo il mareDalla e Lucio Dalla: tre album in quattro anni che lo consacrano e che in fondo sarebbero anche bastati a fare una carriera intera. Com’è profondo il mare, Disperato erotico stomp, Quale allegria, La settima luna, Milano, Anna e Marco, Tango, Cosa sarà, L’anno che verrà, Balla balla ballerino, La sera dei miracoli, Mambo, Cara, Futura. Per non parlare delle altre. E poi, come detto,Banana Republic.
In quegli anni, tra il 77 e l’80, Dalla cominciò a cantare una lingua meravigliosa. La sua non era poesia, era una prosa fulminante. Lontano dallo stile e dai contenuti degli altri suoi colleghi, percorse una strada tutta sua. Non era il compagno Venditti, non era l’ermetico De Gregori. Non era De Andrè. Lucio Dalla scriveva brevi racconti, tratteggiava personaggi, città, luoghi reali, fisici e dello spirito. Con un registro ben più ampio di tutta l’eletta schiera di cantautori, capace come nessun altro di profondità e leggerezza.
E grazie a quella lingua meravigliosa, in quei quattro anni, ci ha lasciato 25 canzoni, parole entrate, come si dice, nell’immaginario collettivo, ormai quasi proverbiali. “Quello che dicono le mie canzoni potrebbe dirlo anche mia zia”, diceva, e forse è stata questa semplicità, più apparente che reale, a renderlo tanto popolare e tanto, alla fine, sottovalutato.

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