Dieci album notevoli (più uno) del 2013

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Fine anno, tempo di liste. 2013 tutt’altro che sconvolgente, qualche buon ritorno, conferme, delusioni, fisiologiche reunion più o meno riuscite. Tutto nella norma, apparentemente nulla destinata a lasciare un segno non dico negli anni ma nei prossimi mesi.
Qualcosa di buono però c’è. Eccone dieci in ordine vagamente sparso.

L’album col miglior rapporto ambizione/riuscita è Opposites dei Biffy Clyro. Doppio album complesso, che mescola più generi, dal prog all’hard-rock, senza mai rinunciare a una certa epicità. A volte il trio scozzese si fa prendere la mano, ma l’impatto è quasi sempre devastante.

L’ultimo disco degli Arctic Monkeys suonava piuttosto stanco, AM li riporta in quota. Non è certo l’album del decennio come sostiene NME, ma è un album notevole: una quinta prova così riuscita ed energica non era scontata.

Con la collaborazione del leader dei Wilco Jeff Tweedy, i Low tagliano il traguardo del decimo disco in vent’anni. Il folk rock the The Invisible Way conferma che i coniugi Alan Sparhawk e Mimi Parker sono pressoché incapaci di sbagliare un corpo.

Per i National valgono più o meno le stesse cose. Trouble will find me è il loro sesto album, un ottimo album. Eppure è difficile allontanare l’idea che in qualche modo sia arrivato per loro il momento di rimettere in discussione una formula che comincia a mostrarsi stanca.

Chi non corre questo rischio sono gli Arcade Fire, che danno seguito all’enorme The Suburbs  del 2010 con uno sfrontato doppio album pieno di elettronica e parecchio distante dai lavori precedenti. Ci vuole più tempo per apprezzarlo, ma alla lunga Reflektor conquista.

Nessuna rivoluzione dai Daft Punk, piedi ben ancorati nel passato, riscoperta della discomusic anni 70, collaborazioni con Nile Rodgers e pressoché chiunque altro. Random access memories è stato il disco più divertente dell’anno, Get lucky la canzone suonata da tutti, My name is Giovanni Giorgio but everybody calls me Giorgio la frase dell’anno.

Al terzo album i White Lies fanno centro: Big Tv realizza il perfetto equilibrio fra le loro influenze, Joy Division e Duran Duran su tutti. Se per gli Strokes gli anni Ottanta sono l’ultimo abito da indossare alla ricerca dell’ispirazione perduta, per il trio londinese sono una fonte inesauribile di suggestioni da reinterpretare secondo un gusto personale e sempre più definito.

L’ormai decennale carriera degli Arbouretum arriva brillantemente al quinto album. Coming out of the fog è un elogio della lentezza in tonalità di grigio – perfettamente rappresentate dalla copertina – in cui convivono stoner rock, folk e slowcore. Sicuramente uno degli album dell’anno, forse troppo trascurato.

E qui sarebbe il momento di parlare degli Okkervil River, che sono tornati con l’ottimo The Silver Gymnasium dopo il parzialmente deludente I am very far. Però mi sono accorto che in questa lista mancano le donne, se si escludono le voci che accompagnano Low e Arcade Fire, ovviamente. Beh, quest’anno potrebbe aver esordito l’erede di PJ Harvey. O forse anche no. Certo con Love your dum and madNadine Shah promette di far parlare a lungo di sé.

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