Album che quando mi chiedono cosa mi porterei su un’isola deserta non mi vengono nemmeno in mente ma che poi a conti fatti, cazzo, se non li avessi con me mi mancherebbero (forse) più di Abbey Road

A Hard Day's Night

Ti fanno quella domanda lì, dieci dischi da isola deserta, e tu li metti in fila, premettendo che potrebbero cambiare se ti rifacessero la domanda il giorno dopo, li metti in fila, Abbey Road, Sticky Fingers, Ok Computer…aspetta no, Revolver, tolgo Pet Sounds e metto Led Zeppelin III, posso rifare? Grace di Jeff Buckley dentro, lascio fuori The Wall con la morte nel cuore. Li metti in fila, tutti e dieci, ci ripensi e ne avresti altri dieci altrettanto buoni. Sono i tuoi dischi più belli, quelli che credi siano i più importanti, quelli che ami di più. Scegliere è impossibile, lo sai, ma stai al gioco, metti dentro questo, togli quell’altro. Poi ti immagini sull’isola deserta, hai superato lo smarrimento per averci davvero trovato un giradischi o un lettore cd, metti su Abbey Road e, wow, Abbey Road, ottima scelta. Ma nel pomeriggio ti manca qualcosa, nessuno di quei meravigliosi dischi è quello che ti serve, incredibile, sono i tuoi dischi preferiti, sono quelli che ami, com’è possibile?
E allora lo capisci, è come se ti fossi portato le tue birre preferite, ma ti mancasse l’acqua. Ti mancano quei dischi a cui ti aggrappi anche inconsciamente, quei dischi che non ti chiedono nulla, non se la prendono quando non li nomini nelle conversazioni fighe sui dischi più importanti (per la storia della musica o semplicemente per te stesso), stanno lì in mezzo agli altri, pronti a farti godere ogni volta che sentirai il bisogno di ascoltarli. E, anche se quasi non te ne accorgi, ne senti il bisogno più spesso di quanto credi, in alcuni casi più spesso di quanto tu sia disposto ad ammettere.
Va beh, questi dischi sono la mia acqua.


A Hard Day’s Night – The Beatles
Colonna sonora del film omonimo, primo album scritto interamente da Lennon e McCartney (e anche unico, se è per questo), probabilmente nessuno lo metterebbe fra i tre dischi più belli dei Beatles. Non ha l’importanza storica di Sgt. Pepper nè il fascino rivoluzionario di Revolver, non possiede l’eleganza senza tempo di Abbey Road nè il caos creativo del White Album. A Hard Day’s Night – che quest’anno compie 50 anni – è “solamente” il terzo album dei Beatles. Eppure è probabilmente una delle mezzore di musica più riuscite della storia del rock. 13 pezzi uno dietro l’altro senza riempitivi, senza battute a vuoto. Scritto in camere d’albergo di mezzo mondo fra estenuanti tournée e riprese del film, non mostra i segni di stanchezza che di lì a poco sarebbero emersi e suona già più maturo e interessante dei dischi che l’hanno preceduto (anche grazie alla scoperta della Rickenbacker a dodici corde da parte di George Harrison, che regala all’album un suono completamente nuovo e influenzerà parecchio gente come i Byrds).
In ogni caso, la sola presenza di If I fell me lo renderebbe irrinunciabile.


Ring – Connells
Ok, il fatto che nel ’94 fossi decisamente giovane può avere influito sulla nascita di questo incondizionato amore, ma se il sentimento dura ancora oggi e non accenna a svanire, non posso certo sottovalutarlo. Ring era il loro quinto album ma al tempo io non potevo saperlo, forse al tempo nessuno poteva saperlo, sicuramente non su questo lato dell’Atlantico, perché senza ’74-’75 i Connells non sarebbero mai usciti dagli Stati Uniti. E so che in molti faranno spallucce dicendo “sai che perdita” e moltissimi invece si staranno chiedendo “ma chi cazzo sono questi”, ma Ring è un album incapace di invecchiare, meravigliosamente americano e ingiustamente semi-dimenticato. Un album che se l’avessero fatto i R.E.M., ci avrebbero campato di rendita per anni, un album che i R.E.M. non avrebbero comunque potuto fare perché Michael Stipe non possiede l’umiltà di Mike Connell.
Comunque ‘74-’75 è ancora bella, quelle chitarre non mi stancherei mai di ascoltarle, ma dentro c’è pure New boy.


Hard Candy – Counting Crows
No, non credo sia l’album più bello, né il più importante, né il più riuscito dei Counting Crows. Hard Candy è il quarto album, viene dopo l’esordio perfetto e due dischi buoni, molto buoni, ma in cui è palese – soprattutto nel primo dei due – la voglia di ri-fare il botto e la frustrazione per la difficoltà di riuscirci. Hard Candy vola finalmente alto, libero dal peso di dover essere necessariamente un capolavoro. Hard Candy è Adam Duritz che non sa sbagliare, è il suono sontuoso di Steve Lillywhite, sono i cori nella title-track e la voce di Sheryl Crow in American Girls. Ma soprattutto – momento romantico – è Holiday in Spain.
We could simply pack our bags and catch a plane to Barcelona ‘cause this city’s a drag
I may take a holiday in Spain, leave my wings behind me
Flush my worries down the drain and fly away to somewhere new


Gimme Back my bullets – Lynyrd Skynyrd
Senza la regia di Al Kooper e orfani del terzo chitarrista, necessario per sviluppare il suono che li ha resi leggendari, il risultato è un disco pressoché unanimemente considerato un mezzo flop. E in effetti Gimme back my bullets appare sotto tono rispetto alla discografia precedente, non ha nessun classico vero e proprio da consegnare alla storia, è scolastico, sembra quasi un disco di maniera, un esercizio di stile. Sciocchezze. La battuta a vuoto dei Lynyrd Skynyrd è un album che fa invidia a tre quarti del movimento Southern.
Per dire della grandezza di questo gruppo, il loro calo di ispirazione produsse la title-track, due ballate incredibili come Every Mother’s Son e All I can do is write about it, una cover devastante di I got the same old blues (JJ Cale) e soprattutto la meraviglia di Cry for the bad man.


Stoned and dethroned – Jesus and Mary Chain
Non è da queste parti che va cercato cosa siano stati i fratelli Reid. O forse anche sì, perché non di soli feedback e distorsioni vissero certamente gli amatissimi scozzesi e perché, depurate appunto dal rumore degli esordi, le canzoni di Stoned and dethroned appaiono, nel loro splendido e succinto abito acustico, per certi versi persino più brutali. La voce di Jim Reid è più indolente che mai, sembra quasi costretto a stare dietro al microfono appena sveglio. I gioiellini pop si sprecano, da Dirty Water a Come on fino a You’ve been a friend.
Ma il momento più alto lo si raggiunge quando Hope Sandoval (molti, moltissimi cuori per lei) presta la sua voce per Sometimes always.


Breakfast in America – Supertramp
Questo album ha la mia età. E’ stata The Logical Song – pare ovvio, lo so – ad abbattere per prima le mie barriere difensive e a permettere che l’album che la conteneva diventasse uno dei miei irresistibili feticci. The Logical Song sentita in radio in spiaggia un’estate di – forse – trent’anni fa è uno dei miei primi ricordi musicali non legati a cose ascoltate da mio padre. The Logical Song, quindi. Più avanti sarebbe arrivato il resto e il resto era un album incredibile, scintillante nel suo pop elegante, appiccicoso, radiofonico certo, facile ma non banale. Quattro singoli pazzeschi – oltre al pezzo già citato la title-track, Goodbye stranger e Take the long way home –  che bene o male appartengono a tutti, anche inconsciamente e poi tanti altri gioielli meno noti. Poi sarebbe iniziato il declino, ma va beh, a quel punto ci poteva pure stare.

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