Quindici canzoni di Paul McCartney dopo i Beatles

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Il vero problema del Paul McCartney solista è sempre stato la sovrapposizione fra l’essere stato l’ex Paul McCartney dei Beatles, e l’essere – irrimediabilmente – Paul McCartney. Il buon Macca non si è semplicemente dovuto costantamente rapportare alle aspettative create dal suo ingombrante passato, come gli altri tre, ma ha dovuto farlo con l’ulteriore handicap d’essere quello lì, fra i tre.
Ecco, in breve, tre caratteristiche dell’essere Paul McCartney.
     1) Paul McCartney non è solamente un ex Beatle, è quello che ha scritto Yesterday,Hey Jude, il sontuoso medley su Abbey Road. Ma anche Ob-la-di, ob-la-da. E’ insomma al tempo stesso l’artefice delle più importanti melodie (con conseguenti grandi aspettative da parte dei fan) e delle più fastidiose frivolezze (con conseguenti diffidenza e odio da parte dei detrattori) del gruppo.
    2) Paul McCartney, pur nel suo aspetto tutto sommato rassicurante, era forse il vero sperimentatore del gruppo, quello più pronto e più portato a provare nuove cose (e a farsi coinvolgere dalle mode del momento, anche quelle non propriamente nelle sue corde).
    3) E’ quello che nel 1970 disse al mondo che i Beatles erano finiti (attirandosi una serie di sentimenti che poco hanno a che fare con la stima e con l’affetto).
Detto questo, ecco 15 grandi canzoni di Paul McCartney, nonostante Paul McCartney.

1. Maybe I’m amazed (1970)
Il primo album di Paul è un raro esercizio di autoindulgenza. Una lista di canzoni – per lo più abbozzate – suonate e canticchiate da solo o peggio con la moglie Linda. In quel pugno di demo assurti al rango di “canzone di Paul McCartney” spicca quello che è forse il pezzo più incredibile di tutta la produzione maccartiana, un pezzo che non avrebbe sfigurato su Abbey Road e che, fortunatamente, oscura tutto il resto.

2. Band on the run (1973)
Dopo aver bissato l’inutile primo album con un secondo omologo, persino McCartney si rende conto che non si può vivere di rendita da ex Beatle per sempre e soprattutto che forse nel suo caso è meglio accompagnato che solo. Ha bisogno di una band e mette in piedi i Wings, coi quali nel ’73 firma un album finalmente degno di questo nome, ma soprattutto del suo, di nome. La title-track è una trascinante mini-suite in tre movimenti che fotografa un McCartney finalmente, di nuovo, al suo meglio.

3. Live and let die (1973)
Improvvisamente, Macca sembra tornato quello di sempre, quello che non sbaglia un colpo. Con l’aiuto di George Martin – che produce e arrangia il pezzo – scrive il tema per il nuovo film di James Bond, con Roger Moore. Anni dopo, lo riprenderanno persino i Guns n’ Roses, ma era già tutto qui nell’originale, fuochi d’artificio compresi (andatevi a vedere Paul live)

4. Silly love songs (1976)
Questa non è solo ottima discomusic con un bellissimo giro di basso e un eccellente arrangiamento di fiati. E’ praticamente il manifesto della poetica maccartiana.
Some people wanna fill the world with silly love songs.  And what’s wrong with that? 

5. Mull of Kintyre (1978)
Voleva fare un pezzo di musica scozzese e lo fece. E siccome era Paul McCartney gli venne fuori un singolo da classifica che bruciò il record di vendita in Gran Bretagna. Chi deteneva il record? She loves you dei Beatles, ovviamente. Il brano è ipnotico, la cornamusa bellissima. Farlo uscire sotto Natale fece il resto.

6. So glad to see you here (1979)
L’avvento del punk non lasciò indifferente McCartney, che certo non si mise a suonarlo in prima persona, ma indurì il suono del suo nuovo album. Per questo pezzo, poi, decise di allestire una sorta di supergruppo sotto il nome di Rockestra: fra gli altri, le chitarre di David Gilmour (Pink Floyd), Pete Townshend (Who) e Hank Marvin (Shadows); il basso di John Paul Jones (Led Zeppelin) e Ronnie Lane (Small Faces); il pianoforte di Gary Brooker (Procol Harum); la batteria di John Bonham (Led Zeppen) e Kenny Jones (Who).
Il risultato somiglia da vicino a certe cose che in quei tempi faceva l’Electric Light Orchestra. E’ un complimento.

7. Here today (1982)
Sciolti i Wings, McCartney torna solista e si apre per lui un decennio strano. Il primo risultato è il pessimo McCartney II, del 1980. Due anni dopo, Tug of War è quasi un capolavoro. Dentro, l’omaggio a John Lennon, l’amico amato e odiato scomparso alla fine del 1980. Canzone bellissima, musicalmente figlia di Yesterday, impossibile non ascoltarla col groppo in gola (impossibile per chiunque consideri i Beatles alla stregua di parenti stretti).

8. Wanderlust (1982)
Anche nei periodi più bui, quelli in cui la creatività sembrava svanita, McCartney non ha mai perso il tocco giusto per scrivere un buon pezzo nel suo stile. Il 1982 non era uno di quei periodi, Macca era in forma (una forma destinata presto a eclissarsi), e il pezzo maccartiano su Tug of War è uno dei veri gioielli della sua produzione. Inutile dire che grande merito va al lavoro fatto da George Martin.

9. No more lonely nights (1984)
Alla metà degli anni Ottanta, forse fomentato dal successo avuto grazie ai duetti con Stevie Wonder e Michael Jackson, McCartney si imbarca in un’altra di quelle cose pretenziose da cui non riesce a stare lontano mai troppo a lungo. Il film Give my regards to Broad Street è roba per fanatici di Paul e dei Beatles, la colonna sonora è pregevole – essendo infarcita di canzoni dei Beatles rispettosamente rilette. Fra i pochi inediti, notevole è No more lonely nights, ballata con le stimmate del classico, anche grazie all’assolo dell’inconfondibile David Gilmour.

10. Once upon a long ago (1986)
Il McCartney della seconda metà degli anni Ottanta sembrava essersi perso. Progetti falliti, album non riusciti, raccolte autocelebrative. In questo contesto, la pubblicazione di un gran pezzo come Once upon a long ago – ultimo singolo da top10 inglese per McCartney – sembra dire al pubblico e a se stesso “sono ancora io, Paul McCartney e tornerò, prima o poi”.

11. My brave face (1989)
L’incontro con Elvis Costello salva McCartney dall’irrilevanza e dall’oblio. Si chiude così inaspettatamente alla grande il suo decennio più difficile.

12. Hope of deliverance (1993)
Off the ground è un po’ il secondo volume di Flowers in the dirt. Con questi due album McCartney dimostra di saper ancora maneggiare il pop come nessun altro. Ascoltare Hope of deliverance per credere.

13. Calico skies (1997)
A metà anni Novanta i Beatles superstiti tornano insieme per il progetto Anthology. Come al solito McCartney è il più entusiasta e non ha tutti i torti, dal momento che pare trarre nuova linfa creativa, producendo quasi in contemporanea Flaming pie, uno dei suoi dischi più riusciti. La mano di George Martin e Jeff Lynne è decisiva, ma alla fine è Paul l’artefice di tutto, basta ascoltare questo incredibile gioiello, diretta discendente di Blackbird.

14. Heather (2001)
Nel 1998 muore la moglie Linda. Erano sposati da trent’anni, tanta roba per una rockstar, e sembravano davvero una persona sola, pure troppo, come John e Yoko, per dire. Davvero risulta complicato capire come sia stato possibile che un anno dopo già Paul stesse con Heather Mills. La fine immediata del loro matrimonio spiega forse qualcosa in più ma alla fine questo è gossip e chissenefrega. Frega invece che a lei fosse dedicato uno dei pezzi più belli del buon Driving rain, l’album del 2001.

15. Anyway (2005)
Chaos and Creation in the Backyard è il vero capolavoro misconosciuto di McCartney. Forse nemmeno lui se n’è reso conto, comunque non gli ha dato troppo peso. D’altra parte, dal vivo gli si chiede conto del suo essere stato uno dei Beatles, non del suo essere – ancora – un artista di livello. Forse per questo proliferano i suoi progetti alternativi e sperimentali. Va beh, in ogni caso, questo è il bellissimo pezzo che chiude quel fantastico disco e anche questa rapida playlist.

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