Le 22 canzoni di George Harrison con i Beatles

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Insomma, the Quiet one, quello che con la chitarra era il suono dei Beatles, ma i geni erano John e Paul. Quello che all’inizio si doveva accontentare degli spazi che sempre quei due lì, i veri geni, lasciavano scoperti e delle canzoni che sempre John e Paul ritenevano di poter rinunciare a cantare: scarti, essenzialmente. Album dopo album George Harrison sfruttò sempre meglio gli spazi esigui e, imparando moltissimo da Lennon e McCartney, divenne anche lui un grande autore. Il suo contributo aumentò per quantità e qualità, certo, ma non tanto da liberarsi dall’ombra dei due ingombranti compagni di viaggio. E in fondo, quando ormai aveva dimostrato qualità simili a loro, George non era più interessato a proseguire il viaggio.

  • Don’t bother me (1963)
    Nulla più di un esercizio di stile, giusto per convincersi d’esserne capace e per vedere l’effetto che fa, il proprio nome fra gli autori.
  • I need you (1965)
  • You like me too much (1965)
    Due anni dopo l’esordio, il ragazzo prende coraggio, su Help! ci sono due pezzi suoi. I need you è la più interessante, per la prima volta George usa il pedale wah-wah su disco. You like me too much è un buon riempitivo, non inferiore ai riempitivi scritti da John e Paul, per intenderci.

  • Think for yourself (1965)
  • If I needed someone (1965)
    Appena i Beatles cominciano a fare sul serio, Harrison non si fa cogliere impreparato. Il suo apporto su Rubber Soul è fondamentale, suona il sitar su due pezzi (non si era mai sentito su un album di pop-rock occidentale) e ricama da par suo gli altri. Ancora una volta, sull’album sono presenti due pezzi con la sua firma e piano piano si sale in quota. Se Think for yourself deve tutto o quasi al fuzz bass di Paul, If I needed someone si ispira ai Byrds (che a loro volta si ispiravano ai Beatles…e va beh).

  • Taxman (1966)
  • Love you to (1966)
  • I want to tell you (1966)
    Ormai anche John e Paul si accorgono della maturità raggiunta da George come autore e gli affidano il brano d’apertura di Revolver, un caustico attacco al sistema fiscale inglese, solo l’anno prima inimmaginabile nel catalogo dei Beatles (e comunque una roba da Lennon, più che altro). Su Love you to il sitar di Harrison è accompagnato da un gruppo di musicisti indiani, fra cui Anil Bhagwat alle tabla: non si era mai sentito nulla di simile su un album rock. I want to tell you è il pezzo meno interessante, ma il fatto che sia la terza canzone di George sullo stesso album, lo rende storicamente importante.


  • Within you without you (1967)
    L’apporto di George Harrison a Sgt. Pepper (l’album più importante della storia e bla bla bla) è un pezzo che lascia tuttora senza parole. Immagino siano in molti a sbadigliare già dopo trenta secondi, ma è innegabile che a distanza di quasi cinquant’anni Within you without you – cinque minuti di sussurrate accuse al materialismo occidentale su un tappeto sonoro di tabula, sitar, dilruba e archi – mantenga intatto il suo fascino.
  • Blue Jay Way (1967)
    Il flop dei Beatles – il film visionario Magical Mystery Tour – non meritava un impegno maggiore da parte di George. Blue jay way è abbastanza noiosa, capita.
  • The inner light (1968)
    Il gioiello più prezioso nato dell’immersione di Harrison nella musica indiana. La base strumentale venne registrata a Bombay da musicisti locali, George aggiunse la voce, John e Paul i cori. Bella da meritarsi, prima volta per Harrison, l’apparizione su singolo (lato B di Lady Madonna)
  • While my guitar gently weeps (1968)
  • Piggies (1968)
  • Long long long (1968)
  • Savoy truffle (1968)
    Doppio album per i Beatles e conseguente razione extra di George. E se sul White Album il fiume di idee produsse anche cose egregie e altre trascurabili, in entrambi i casi George diede il suo contributo. Ma è chiaro che per quanto debole possa essere Piggies (che passerà alla storia però per aver tragicamente ispirato la follia omicida di Charles Manson), per quanto interessante ma in qualche modo non del tutto a fuoco appaia Long long long, per quanto Savoy Truffle possa essere un bel gioco riuscito, la grandezza di While my guitar gently weeps le oscura tutte e tre.



  • Old brown shoe (1969)
    Ancora un lato B che meritava qualcosa in più per George. The Ballad of John & Yoko si prende il lato A e, per quanto la cosa non possa dirsi incomprensibile, beh la ritmica di Old Brown Shoe meritava sicuramente maggior visibilità. Il verso iniziale è bellissimo.
  • Only a Northern song (1969)
  • It’s all too much (1969)
    Sull’album della colonna sonora del film Yellow Submarine, l’unico pezzo interessante è Hey Bulldog di Lennon. I due di Harrison sono, più o meno, due scarti. Only a Northern Song doveva far parte di Sgt Pepper ma non la si ritenne all’altezza: l’unica cosa degna di nota è il gioco di parole sull’espressione northern song, la Northern Songs Ltd era l’associazione che gestiva le canzoni dei Beatles. Harrison ci guadagnava poco e decise di fondare la Harrisongs Ltd. It’s all too much poteva funzionare forse se fosse durata la metà, ma così: It’s all too much.

  • Something (1969)
  • Here comes the sun (1969)
    Booom! Eccolo qua George due canzoni perfette per l’album perfetto, Abbey Road. Something e Here comes the sun dimostrano che ormai ha raggiunto il livello di John e Paul. Sinatra amava particolarmente Something, tutti amano Something, dopo Yesterday la canzone dei Beatles più riletta da altri interpreti. Here comes the sun venne scritta fra una vacanza in Sardegna e una visita a Eric Clapton, alle registrazioni mancava John ma non si sente.

  • I me mine (1970)
  • For you blue (1970)
    Sull’ultimo album dei Beatles, Let it be, i brani di George erano due. For you blue è un acustico giochino blues per permettere a Lennon di usare la chitarra slide. I me mine invece è storicamente importante perché è l’ultima canzone incisa dai Beatles: il 3 gennaio del 1970 George, Paul e Ringo entrano in studio per terminarla, Lennon era assente, il gruppo era già finito, in preda agli egoismi cantati da George. E’ un bel pezzo, I me mine.

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