Il suono degli Anni Novanta

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Gli Anni Novanta sono stati per la musica un decennio meraviglioso. Gli anni del grunge, del britpop, di Jeff Buckley e dei Radiohead. Un decennio in cui ogni anno regalava almeno due o tre classici. Un decennio che ha avuto un suono incredibile, dei suoni incredibili.

Il mandolino di Peter Buck
La svolta dei REM, che nel 1991 si trasformarono in fenomeno di massa, avvenne anche grazie al mandolino che Peter Buck aveva appena acquistato e che mise al singolo Losing my religion (ma anche ad Half a world away) il vestito perfetto per conquistare il mondo.

Smells like teen spirit
Dal riff di chitarra alla tempesta che esplode quando attacca la batteria di Dave Grohl fino alle urla di Cobain quando canta here we are now, entertain us. Ogni dettaglio di Smells like teen spirit è parte del suono degli anni Novanta, che d’altra parte senza Smells like teen spirit non sarebbero nemmeno mai cominciati.

La chitarra di Only shallow
I My Bloody Valentine fanno parte di quel club di gruppi che hanno venduto abbastanza poco e influenzato decisamente tanto. In due soli album hanno più o meno inventato un genere, lo shoegaze. La chitarra di Kevin Shields, suonata muovendo la leva del tremolo, senza ulteriori effetti, così come si sente in Only shallow, ha segnato un’epoca, ha subito imitazioni, è rimasta unica.

La chitarra di Jonny Greenwood su Creep
Un chitarrista scazzato può cambiare la storia della propria band (e non solo). Quando Jonny Greenwood, provando Creep, si è rotto e ha dato quelle tre botte con le corde stoppate che annunciano il ritornello, ha trasformato un pezzo un po’ moscio in un inno generazionale e i Radiohead in una band su cui puntare. Il modo in cui i Radiohead usarono questo credito, invece, non ha nulla a che vedere col caso.

Il mellotron di Wonderwall
Gli Oasis sono stati per molti versi fra i gruppi più sopravvalutati degli ultimi venti, trent’anni, ma è innegabile che siano riusciti, intorno alla metà degli anni Novanta, a produrre due album notevoli, se non altro per la densità di brani destinati a diventare, piaccia o meno, dei classici. Uno di questi è indubbiamente Wonderwall, ballata acustica che resterà anche grazie al mellotron utilizzato dal chitarrista Bonhead per riprodurre il suono di un violoncello e che rende il pezzo in qualche modo più cupo e affascinante.

I cucchiai di Spoonman
Spoonman parlava di un artista di strada che suonava i cucchiai, Artis the Spoonman il suo nome. Suonava per le strade di Seattle e i Soundgarden ci fecero un pezzo sopra con un riff stupendo, ma soprattutto Artis the Spoonman ci suonò i suoi cucchiai, sul pezzo dedicato a lui (il batterista Cameron, in maniera quasi ovvia, lo accompagnò suonando pentole e padelle) e quei cucchiai sono fra i grandi momenti di quel disco, di quell’anno, di quel decennio (soprattutto per chi è stato adolescente in quegli anni, furono anche un grande argomento di discussione, con lo stereo che bruciava sotto i colpi di Matt Cameron e le urla di Chris Cornell).

La voce di Jeff Buckley
Si potrebbe dire Grace, l’album. E sicuramente il riff di chitarra sulla title-track. Ma la verità è che la voce di Jeff Buckley ha segnato quel decennio più di ogni altra cosa su quel disco. Una voce unica, straziante, drammatica. C’era qualcosa di “mistico” in quella voce, un afflato religioso. E niente.

Il violino di Suds & Soda
Non si può, nemmeno ora che son passati 20 anni, restare insensibili a Suds & Soda dei dEUS. Suds & Soda lascia graffi sulla pelle e tutto comincia col violino di Klaas Janzoons, il preludio al brano più schizofrenico del loro album più schizofrenico.

Tamboura e tabla di Govinda
Nel 1996 Govinda raggiunse il settimo posto della classifica inglese, fatto più che inusuale per un brano il cui testo era interamente in sanscrito, cantato su un tappeto sonoro che fondeva musica indiana e occidentale, tamboura e tabla con i classici strumenti del rock, chitarra elettrica, basso (ascoltare con attenzione la linea maccartiana) e batteria. Fu il momento di gloria dei Kula Shaker, durò poco, ma fu bellissimo.

Il basso “fuzz” di Song 2
La sterzata lo-fi dei Blur, nel 1997, non avrebbe avuto lo stesso impatto senza un brano devastante come Song 2. Il brano nacque come parodia grunge ed era in effetti poco più di uno scherzo, una jam, due minuti di casino attorno a un testo che boh e senza nemmeno un vero titolo (Song 2 era il titolo provvisorio, poi rimase). Però funzionava, merito soprattutto dei due bassi distorti sovraincisi da Alex James. Funzionava al punto che lo scherzo divenne il loro brano più conosciuto (loro unico successo negli Stati Uniti).

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