Venti canzoni dei Beatles. Rifatte.

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Prima o poi ci sono cascati praticamente tutti. Rifare i Beatles è una tappa obbligata. C’è chi ci ha costruito una carriera – Joe Cocker agli esordi – chi li ha usati come biglietto di ingresso nel giro che conta – i Rolling Stones con I wanna be your man – chi li omaggia dal vivo perché senza di loro non sarebbe stato quello che è – Billy Joel, gli Oasis, quasi tutti – e chi comunque prima o poi ci sbatte contro, magari per una colonna sonora – Fiona Apple, Eddie Vedder, altri.
Rifare i Beatles non è propriamente una passeggiata di salute. Anche i più grandi sono inciampati. I Beatles erano un suono difficilmente riproducibile, le voci un impasto non replicabile. Di solito, chi ce la fa si allontana dall’originale, oppure è già talmente lontano dall’originale da potersi permettere interpretazioni fedeli, ma uniche.
Siouxie and the Banshees usarono i guanti bianchi su Dear Prudence, la rifecero sostanzialmente identica ma con i loro suoni e furono premiati con la top10 inglese, cosa a cui non erano certo abituati. Stessa delicatezza usarono i Throwing Muses con Cry baby cry. Gli Yes invece presero Every Little Thing e ci costruirono attorno una mini suite molto distante dall’originale, la frullarono col riff di Day tripper e la trasformarono in una jam che rende omaggio allo spunto melodico del pezzo di Lennon accompagnandolo in un’altra dimensione.
Gli Earth, Wind & Fire se la giocarono in casa con Got to get you into my life, che coi suoi fiati in stile Motown sembrava già un pezzo loro. Golden Slumbers è un pezzo talmente perfetto che non credo di aver mai sentito un’interpretazione deludente, sembra che chiunque lo faccia soccomba di fronte alla meraviglia uscita dalla penna di McCartney ai tempi di Abbey Road. In ogni caso, uno dei punti più alti l’ha toccato K.D. Lang.
Nina Simone rifece Here comes the sun nel 1971. La sua voce è ovviamente fantastica ma il capolavoro sta nell’aver spogliato il pezzo di tutte le meravigliose chitarrine di George Harrison senza perdere un briciolo di quella luce da mattinata estiva che l’originale si porta addosso. Compito più facile quello scelto da Emmylou Harris: Here there and everywhere sembra scritta per lei.
Il quarto capitolo delle American Recordings di Johnny Cash, The Man comes around, è uno dei migliori. Basta la presenza di Hurt a renderlo tale. Ma la stessa Hurt è talmente bella e struggente da oscurare gli altri gioielli. In my life è uno di questi.
Aretha Franklin ha affrontato parecchi pezzi dei Beatles, con risultati sempre di livello, ovviamente. Ma il suo capolavoro è Let it be, un gospel da pelle d’oca (per dire, in Eleanor Rigby, la povera Eleanor sparisce per far posto ad Aretha, dopo i primi quindici secondi c’è solo la voce di lei, della solitudine della protagonista non importa più a nessuno).
Ci sono anche quelli che non solo sono stati all’altezza dei Beatles, ma hanno reso alcuni pezzi “minori” dei classici. E’ il caso, ovviamente, di Joe Cocker, la cui With a little help from my friends, con Jimmy Page alla chitarra, è forse la migliore cover dei Beatles di sempre. Sandy Shaw, nel 1969, fece qualcosa di simile con Love me do: non ne fece un capolavoro ma certamente un pezzo decisamente migliore.
Tre giorni dopo la pubblicazione di Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, Jimi Hendrix già stava eseguendo la sua cover della title-track. Una gran versione e, dal momento che l’introduzione di chitarra del pezzo si ispirava proprio a lui, anche un cerchio chiuso molto rapidamente.
Bellissima e fedele Across the Universe rifatta da Fiona Apple per la colonna sonora di Pleasantville, più personale ma altrettanto riuscita l’Happiness is a warm gun di Tori Amos.
E a proposito di grandi donne che interpretano i Beatles, impossibile non citare la strepitosa cover di Can’t buy me love fatta da Ella Fitzgerald, peraltro contemporanea all’originale (1964).
Sempre da mondi lontani dai Beatles arrivano le ottime versioni di We can work it out e Get Back fatte da Stevie Wonder e Ike&Tina Turner.
Più scontato il “contatto” coi Gomez, originari come i Beatles del Merseyside – provenivano da Southport, 26 chilometri da Liverpool. Eppure la loro versione di Getting better venne commissionata dalla Philips per scopi commerciali.
Nel 2006, un gruppo molto ben assortito di artisti fra cui Alice Cooper, Duff McKagan, Yngwie Malmsteen, Mike Inez e altri, pubblicò un album dal titolo Butchering the Beatles. Lo scopo era interpretare alcuni brani del gruppo in chiave heavy metal, il risultato fu abbastanza scadente, ma la versione di Hey Bulldog fatta Cooper e McKagan con Steve Vai non è male.
Per concludere, Help! rifatta dai Deep Purple, degna di nota anche perché riprende il pezzo come originariamente inteso da Lennon, prima che ragioni commerciali lo trasformassero in quello che conosciamo.

 

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