Venti canzoni di Paolo Conte

paolo-conte-08Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che ha sempre avuto essendo stato a Genova pur essendo originario di Asti – incipit meno originale del decennio – Paolo Conte ha da poco pubblicato un nuovo album. Si intitola Snob ed è il suo quindicesimo. Sono passati esattamente quarant’anni dal suo esordio come interprete. Nel 1974, Paolo Conte ha 37 anni ed è un autore affermato. Ha scritto, fra le altre cose, Azzurro per Celentano, Insieme a te non ci sto più per Caterina Caselli e Tripoli 1969 per Patty Pravo. E’ sul punto di abbandonare tutto e dedicarsi alla professione di avvocato, ma Italo Greco – produttore di grandissimi come la stessa Patty Pravo, Jannacci, Sergio Endrigo e De Gregori – lo convince a continuare, mettendoci la voce oltre alla musica e trasformandolo in quello che forse è il più atipico dei cantautori italiani. Le sue interpretazioni sono distratte, imprecise, casuali, ironiche; la musica di riferimento è il jazz.

Sul primo album, omonimo, c’è già un classico. Ma sarà Bruno Lauzi, con un’interpretazione più “classica”, a fare di Onda su onda un successo.

Nello stesso disco, c’è Sono qui con te sempre più solo.

Un anno dopo, nel 1975, esce il secondo album, anche questo intitolato semplicemente Paolo Conte. Anche qui il pezzo più famoso, Genova per noi, è tale grazie soprattutto all’interpretazione di Bruno Lauzi.

Il 1979 è l’anno del primo successo vero, il successo che porta non solo il suo nome nei crediti, ma la sua voce. Affiancato stavolta da musicisti come Mussida e Djivas della PFM, Conte scrive due fra le sue canzoni più note, Gelato al limon – che da il titolo al disco – e soprattutto Bartali, dedicata al grande ciclista e al ciclismo tutto. Le immagini del naso triste come una salita e dei francesi che s’incazzano sono – come si dice – patrimonio di tutti.

Un piccolo gioiello è Angiolino, con tanto di pregevole assolo di kazoo.

La consacrazione arriva con Paris Milonga del 1981. Il merito è soprattutto di Via con me – gioiello di cui purtroppo si è abusato in film e spot televisivi vari – ma l’intero album è il primo capolavoro di Conte.

La vera musica, che sa far ridere
e all’improvviso ti aiuta a piangere…
la grande musica frequenta l’anima
col buio inutile, e non si sa perché, e non si sa perché…

Lo so, lo so che questo non è cipria, è sorriso… 
e sì, che non è luce, è solo un attimo di gloria 
e riguarda me, che sono qui davanti a te sotto la pioggia 
mentre tutto intorno è solamente pioggia e Francia… 

L’anno dopo esce Appunti di Viaggio. E’ l’album di Hemingway, che ha quella coda strumentale che ti si apre il cuore, e Diavolo Rosso, dopo Bartali ancora un pezzo dedicato a un ciclista (stavolta si tratta di Giovanni Gerbi, astigiano come Conte.

Nel 1984, a dieci anni dall’esordio, Paolo Conte cambia etichetta e musicisti (arrivano Ares Tavolazzi al basso e Ellade Bandini alla batteria) e pubblica un nuovo disco omonimo, che è un nuovo capolavoro e si apre con Sparring Partner.

Ma questo del 1984 è soprattutto il disco di Sotto le stelle del jazz, un di jazzzzzzzz e di immagini fulminanti. Le cravatte sbagliate, uomini-scimmia e donne che odiano il jazz perché “non si capisce il motivo”.

Ne Gli Impermeabili torna la saga del Mocambo e un’altra coda strumentale per orchestra, kazoo e pelle d’oca.

Tre anni dopo esce il doppio Aguaplano. Dentro c’è Max.

Gli anni Novanta si aprono con una nuova rivoluzione nei musicisti di accompagnamento e con Parole d’amore scritte a macchina. Dragon, Colleghi trascurati e Ho ballato di tutto sono i pezzi migliori.

Nel 1992 esce 900, dove Conte omaggia esplicitamente la musica degli anni 20-30. Chiamami adesso è una gemma.

Tre anni dopo esce Una faccia in prestito. Epoca, L’incantatrice, la bellissima canzone che da il titolo all’album e, soprattutto, La fisarmonica di Elisir.
Canto tutto e niente,
una musica senza musica…
dove tutto è niente
come musica nella musica

Durante gli anni Duemila, cominciati col musical Razmataz, Paolo Conte pubblica altri tre album: Elegia, Psiche e Nelson. Meno sorprendenti rispetto ai lavori precedenti, si fa più fatica a estrarre singoli episodi, anche se Non ridere, da Elegia, è un gioiellino.
siamo angeli stregati da infinita allegria,
siamo angeli confusi
da una grande maestria

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