I batteristi dei Beatles

Pete Shotton e Tommy Moore
All’inizio, quando ancora si chiamavano Quarrymen, non c’era né batteria né batterista. Pete Shotton suonava la washboard e per lo skiffle era più che sufficiente. Poi, quando presero a chiamarsi Beatles, toccò a Tommy Moore sedersi dietro ai tamburi. Fu lui il primo batterista, era più vecchio di loro, non faceva parte del gruppo, era un turnista, e quando i Beatles ottennero un contratto per andare a suonare ad Amburgo lui era già impegnato con Johnny Gentle, celebrità locale nella Liverpool a cavallo fra i ’50 e i ’60. Per suonare ad Amburgo però, i Beatles avevano bisogno di un batterista fisso. E’ a questo punto che entra in scena l’uomo più sfigato della storia del rock: Pete Best.

Pete Best
Era belloccio, aveva una batteria e, soprattutto, era figlio della proprietaria della Casbah, uno dei principali locali di Liverpool. Era insomma perfetto per i Beatles, pur non essendo granché come batterista. Venne reclutato e partì per Amburgo con John, Paul, George e Stuart Sutcliffe. Con gli altri non aveva nulla a che fare. Se ne stava sulle sue, non si pettinava come gli altri, non si vestiva come loro. E soprattutto piaceva più di tutti alle ragazze. Era un problema. Ma avere la Casbah a disposizione per farsi sentire non era male, quindi rimase nel gruppo per due anni. Fu George Martin, al momento di scritturare i Beatles per la EMI, a chiedere la testa di Pete. Non era all’altezza degli altri, disse, bisognava cambiare batterista o non se ne sarebbe fatto niente. Ciao Pete, dissero gli altri. E chiamarono Ringo.

Andy White
Già, perché chiamarono Ringo ma nemmeno Ringo piaceva a George Martin. Voleva un professionista e la prima seduta di registrazione la fece Andy White, batterista scozzese che si mise ai tamburi per Love me do e P.S. I love you relegando il povero Ringo al tamburello. Lui non se la prese comunque, aveva il destino dalla sua. Andy White invece proseguì la sua onesta carriera da turnista, suonando per Herman’s Hermits, Rod Stewart e Tom Jones (lo si può sentire sul classico It’s not unusual).

Ringo Starr
Richard Starkey, in arte Ringo Starr, Ringo per via dei molti anelli che ha sempre portato, Starr perché suonava bene, credo. Ecco, Ringo era uno famoso a Liverpool, aveva un nome d’arte, addirittura, e suonava per il gruppo più noto della città, che non erano i Beatles ma Rory Storm and the Hurricanes.
Nonostante il difficile inizio, Ringo è stato per otto anni elemento fondamentale per l’alchimia dei Beatles. Il punto più alto della sua carriera beatlesiana – anche a suo dire – fu l’interpretazione di Rain, nel 1966. Nel 1969, su Abbey Road, incise anche il suo unico assolo per The End. Ha sempre fatto il suo, nonostante in molti lo considerino solamente uno che per caso è salito sul treno più giusto della storia del rock, il suo drumming è parte integrante della magia del gruppo. E anche il suo saper stare uno – ma anche due o tre – passi indietro rispetto ai tre geni che aveva come compagni di strada fu fondamentale. Sapeva di essere fortunato e sapeva cosa fare per meritarsi quella fortuna. I feel fine, Ticket to ride, Come together: sapeva decisamente essere il batterista dei Beatles. Scrisse poco, giusto due pezzi quando ormai l’avventura dei Beatles volgeva al termine, ma mise la voce in alcuni pezzi famosi e importanti: Yellow Submarine e With a little help from my friends su tutte.

Jimmy Nicol
Suonò la batteria coi Beatles per dieci giorni nel giugno del 1964. Durante il tour Ringo si prese la tonsillite e George Martin chiamò Nicol a sostituirlo. Lui imparò i pezzi e a suonare come Ringo, si dice, in un pomeriggio. Poi tornò più o meno nell’anonimato, prendendosi i complimenti di Lennon che, pare, lo considerava superiore a Ringo.

Paul McCartney
“Ringo il miglior batterista al mondo? Non è nemmeno il miglior batterista nei Beatles!”. Lennon sapeva essere stronzo, non c’è che dire, e Ringo era un bersaglio facile. Forse si riferiva a Paul con questa frase, di certo Paul rese la vita difficile a Ringo a un certo punto. Già in passato McCartney aveva messo bocca sul drumming di Ringo (è sua l’idea per la linea di Ticket to ride) ma nell’estate del 1968 il batterista, frustrato e a disagio, arrivò persino a lasciare il gruppo nel pieno delle registrazioni per il White Album. McCartney non si scompose e si mise alla batteria in Back in the USSR e Dear Prudence. John, Paul e George convinsero Ringo a tornare sui suoi passi spedendogli una cartolina in cui, affettuosamente, lo definivano il migliore al mondo.
McCartney suonò la batteria anche in The Ballad of John & Yoko, singolo del 1969 registrato dai soli John e Paul.

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