L’ultimo concerto dei Beatles

beatles rooftop concert

Quando in una puntata dei Simpson i Re Acuti di Homer si riuniscono dopo anni dalla separazione e suonano insieme sul tetto del bar di Boe, George Harrison si trova a passare di lì in limousine, abbassa il finestrino, si affaccia e dice “l’abbiamo già fatto”. Ecco, i Beatles l’avevano già fatto. Era il 30 gennaio del 1969 e loro forse non lo sapevano, più probabilmente sì, lo sapevano eccome, ma quella sarebbe stata la loro ultima esibizione live. Di lì a poco il giocattolo si sarebbe rotto definitivamente, ognuno avrebbe preso la sua strada, avrebbero anche di nuovo collaborato fra loro – in due, a volte in tre – ma non avrebbero mai più suonato tutti e quattro insieme, dal vivo, davanti a un pubblico.

Non fu una cosa programmata e studiata nei dettagli, non è che a un certo punto si disse, il 30 saliamo sul tetto e suoniamo. Il punto è che stavano girando questo film che riprendeva i Beatles in studio. L’idea di McCartney era che il nuovo album dovesse essere registrato durante un’esibizione live. T’attacchi, fu più o meno il pensiero di Lennon e Harrison. La verità è che non ne potevano più l’uno dell’altro, litigavano continuamente, Yoko era sempre in mezzo alle palle. George soprattutto stava lì a cercare di fare il suo lavoro sui pezzi degli altri – ma appunto, era un lavoro ormai – e si prendeva i rimbrotti di quello stronzetto saccente di Paul. E poi a lui, a George, l’idea di suonare dal vivo non interessava davvero più. E nemmeno Lennon ne era entusiasta, il gruppo era finito, finiamo questa roba qui e non tiriamo fuori sciocchezze. Ma era sicuramente più malleabile di George, sul versante esibizione live, John amava suonare e si divertiva a farlo, anche con quei tre lì con cui ormai gli sembrava di non aver più nulla da dire. Ringo era Ringo, non era entusiasta, non si stava divertendo, ma se gli altri avessero detto sì, non si sarebbe messo di traverso.
Si discusse sul come e sul dove, a lungo, fra una lite e l’altra, fra un abbandono di George e un commento acido di Yoko. Si parlò di un anfiteatro in Nordafrica, di un mulino sul Tamigi, di una nave ormeggiata al largo. Tutto troppo dispendioso, in termini di soldi e di energie da dedicare a una cosa che sostanzialmente interessava il solo Paul. E allora ecco l’idea del tetto della Apple, comodo e a costo zero.
Il 30 gennaio, dopo mezzogiorno, i Beatles salirono sulla terrazza dell’edificio al numero 3 di Savile Row. L’evento era già stato rinviato di un giorno – era previsto per il 29 – a causa del maltempo, ma anche quel pomeriggio si gelava: John e Ringo si fecero prestare pelliccia e impermeabile di Yoko e Maureen, le rispettive mogli.
Suonarono per una quarantina di minuti, tre volte Get Back, due volte Don’t let me down e I’ve got a feeling. Erano pezzi inediti, allora. La gente in strada, in pausa pranzo, all’inizio non capì. Alcune persone cominciarono a fermarsi e a tirare su il naso per capire da dove venisse quella musica. Intanto il traffico si bloccava, i Beatles, accompagnati al piano da Billy Preston, andavano avanti ma già la polizia aveva individuato il palazzo e durante la terza esecuzione di Get Back la polizia aveva ormai raggiunto la porta della terrazza e cominciato a bussare con una certa insistenza. E’ questa la versione che si sente sul disco, su Let it be, col pezzo che si interrompe bruscamente, gli applausi, Paul che ringrazia la moglie di Ringo – Thanks, Mo! – e John che saluta e “I’d like to say thank you on behalf of the group and ourselves and I hope we passed the audition”. Speriamo di aver passato il provino. Fu l’ultimo concerto dei Beatles, la loro ultima esibizione dal vivo.
Questa la scaletta.
Get Back (take 1)Get Back (take 2)Don’t let me downI’ve got a feelingOne after 909 (anche questa si sente sul disco, con Lennon che accenna il tradizionale irlandeseDanny Boy), Dig a Pony (su Let it be anche questa, la falsa partenza con John che si interrompe per soffiarsi il naso), i’ve got a feelingDon’t let me downGet Back (take 3).
Questo il concerto.

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