Suonare con i Beatles

Billy Preston in studio con i Beatles

Billy Preston in studio con i Beatles

Il primo è stato Andy White nel 1963. George Martin non era convinto di Ringo Starr, che i Beatles avevano scelto per sostituire Pete Best, così su Love me do dei Beatles, alla batteria, c’è un onesto turnista.

Da allora non è ricapitato spesso che un esterno avesse l’onore di suonare con i Beatles. I quattro erano, si dice, particolarmente gelosi e protettivi della loro privacy in studio. Praticamente a nessuno era permesso unirsi a loro quando registravano. L’arrivo di Yoko Ono scombinò le cose, Yoko da un certo punto in poi c’era sempre, ma ovviamente quel momento fu anche l’inizio della fine.
Negli otto anni in cui hanno suonato insieme è comunque successo che i Beatles si appoggiassero a musicisti esterni – più esterni di George Martin, ovviamente, che in quanto produttore storico non vale e che ha spesso aggiunto il suo pianoforte alle incisioni del gruppo – soprattutto quando, dal 1965-66 in poi, le loro canzoni cominciarono a farsi più complesse.

Nel 1965 Lennon scrive You’ve got to hide your love away, un pezzo acustico fortemente influenzato da Bob Dylan. John Scott, compositore con esperienza soprattutto in campo cinematografico (sassofonista per John Barry in Goldfinger), suona una breve frase di flauto per il finale della canzone.

Su Revolver gli ospiti sono due. Per Love you to, George Harrison chiama il musicista indiano Anil Bhagwat a suonare le tabla, mentre Paul McCartney fa convocare Alan Civil della Philarmonia Orchestra per un breve solo di corno francese in For no one.

Nel 1967, durante le sessioni per Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, sono parecchi i musicisti esterni che si fanno vivi ad Abbey Road. A parte i clarinettisti di When I’m sixty four e i violinisti di Within you without you – e ovviamente i 40 elementi dell’orchestra che suona su A day in the life, è notevole il contributo dei Sounds Incorporated, band di sassofonisti inglesi, su Good Morning Good Morning.

La collaborazione più famosa e clamorosa è ovviamente quella presente sul White Album del 1968. Quando George Harrison gli chiede di suonare la chitarra in un suo pezzo, While my guitar gently weeps. Eric Clapton prova a rifiutare, perché nessuno suona coi Beatles, lo sanno tutti. Pare che George gli abbia risposto che dal momento che ormai in studio c’era sempre Yoko Ono, lui doveva necessariamente essere il benvenuto. Si dice che sia stata una sessione molto serena e piacevole – a differenza della gran parte effettuate per quel disco. Di certo c’è che il risultato è stato fenomenale.

Durante le sedute di registrazione del 1969, che danno vita a Abbey Road e Let it BeBilly Preston è una sorta di quinto elemento aggiunto. A tutti gli effetti, fatta eccezione per George Martin, Billy Preston è l’artista che con i Beatles ha avuto la collaborazione più continua, guadagnandosi anche la citazione – caso unico – sul singolo Get Back, accreditato “The Beatles with Billy Preston”.

L’ultimo singolo dei Beatles, nel 1970, è Let it Be. Sul lato B c’è un gioco, uno scherzo, una canzone su cui Lennon si gingillava più o meno dal 1967. You know my name (Look up the number) è appunto poco più di un gioco, ma è valorizzata dal sassofono di Brian Jones dei Rolling Stones, inciso quattro mesi prima di morire.

Un citazione a parte merita Mal Evans. Amico, assistente, roadie, largo factotum, per i Beatles suonò e suonicchiò più volte. L’hammond in You won’t see me, la grancassa su Yellow Submarine e percussioni di vario genere sparse un po’ ovunque, compreso il martello in Maxwell’s Silver Hammer.

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