Eric Clapton: gli anni Settanta in dodici canzoni

Rehab, cover particolarmente fortunate e ballate spettacolari. E tanto blues, ovviamente. Gli anni Settanta di Eric Clapton sono essenzialmente queste cose, distribuite su sei album di qualità mediamente elevata, con il top raggiunto nel 1977 – ironicamente l’anno del punk – con il capolavoro assoluto Slowhand.

Abbandonati uno dopo l’altro supergruppi e collaborazioni varie, Eric Clapton fa il suo esordio da solista nel 1970 con un album omonimo in cui oltre alla prima grande rilettura di J.J. Cale (After midnight) trovano spazio l’incredibile e sottovalutatissima Easy now e Let it rain, scritta quest’ultima insieme a Bonnie Bramlett e harrisoniana.

Easy now (Eric Clapton, 1970)

Let it Rain (Eric Clapton, 1970)

461 Ocean Boulevard del 1974 è chiaramente il disco di I shot the sheriff, cover di Bob Marley che oltre a regalare il primo grande successo solista a Clapton offre una grande vetrina all’autore del pezzo e al reggae tutto. Ecco, questa a dirla tutta non è necessariamente una cosa positiva, fortunatamente ancora una volta l’album offre altri straordinari pezzi fra cui due ballate notevoli. Please be with me di Charles Scott Boyer e Let it Grow, scritta da Clapton con debiti nei confronti del solito George Harrison e di Stairway to heaven dei Led Zeppelin.

Please be with me (461 Ocean Boulevard, 1974)

Let it Grow (461 Ocean Boulevard, 1974)

Il terzo album – There’s one in every crowd – è un passo indietro. Un po’ di reggae e il solito blues, roba buona ma senza acuti. Pretty Blue Eyes ha però un notevole intermezzo beatlesiano.

Pretty Blue Eyes (There’s One in Every Crowd, 1975)

L’infatuazione per il reggae finalmente si attenua, Clapton cambia band e si fa accompagnare…dalla Band. La svolta dylaniana di No reason to cry è consacrata dal duetto con Mr Zimmerman in Sign Language. All our past times è scritta con Rick Danko, che ci mette pure la voce.

Sign Language
(No reason to cry, 1976)
All our past times (No reason to cry, 1976)
Booom! Col suo soprannome più famoso – Slowhand – e un nuovo produttore, Glyn Johns, Clapton firma quello che rimane a tutti gli effetti il suo capolavoro proprio nell’anno in cui la rivoluzione punk vorrebbe la testa di tutti i dinosauri del rock. Con Cocaine e May you never Clapton dà ancora lustro e vetrina a due autori meritevoli eppure poco riconosciuti: il solito J.J.Cale e John Martyn. Ma il top dell’album porta indubbiamente la sua firma. Sì, Wonderful Tonight è una ballata splendida, un classico, ma il top è The Core, scritta e cantata con Marcy Levy, otto minuti di fuoco con un bell’assolo di Mel Collins al sax e ovviamente uno di Clapton a chiudere.
Cocaine (Slowhand, 1977)
 
The Core (Slowhand, 1977)
May you never (Slowhand, 1977)
Il decennio d’oro di Eric Clapton si chiude nel 1978 con Backless, onesto album dalle atmosfere più rilassate che ha la sfiga d’arrivare dopo il capolavoro precedente, altrimenti avrebbe meritato maggior considerazione. Episodi notevoli sono l’apertura con Walk out in the rain, scritta da Dylan, e Promises, impreziosita anche questa dalla voce di Marcy Levy.
Walk out in the rain (Backless, 1978)
Promises (Backless, 1978)
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