Dieci canzoni dei Mumford and Sons prima che rincoglionissero e si trasformassero in mediocri cloni dei Coldplay

Mumford-and-SonsQuando nel 2013, dopo soli due album, Mumford and Sons hanno comunicato la decisione di prendersi una pausa – una lunga pausa che non si capiva quanto sarebbe stata lunga da un anno a per sempre – la sensazione fu che tutto sommato ci stava. Con Sigh No More e Babel avevano fatto il massimo. Soprattutto Sigh No More, perché Babel mostrava segni di stanchezza dove il primo era stato invece fresco, fulminante, perfetto. Ma al netto delle differenze fra i due dischi era proprio l’accoppiata, così assortita, a far ritenere la pausa – anche qualora fosse definitiva – opportuna, giusta, necessaria. Obbligata. Perché dopo due dischi così si sa già che verrà fuori dal terzo. Bello il banjo, bello il gilet, bello tutto quanto ma al terzo disco il rischio della pappetta indigeribile è troppo alto. Ottima e saggia la scelta di fermarsi.
Due anni dopo – una pausa quindi nemmeno così lunga, la maggior parte dei gruppi fanno pause anche più lunghe fra un disco e l’altro senza nemmeno sprecarsi per un comunicato – l’uscita del terzo album, Wilder Mind, ha rimesso in discussione tutto. Non si trattava di una pausa intelligente, matura, per non buttare al cesso le cose belle fatte fino a quel momento. No. Si è trattato di uno dei più clamorosi rincoglionimenti di gruppo degli ultimi anni. Sarebbe stato davvero meglio se avessero fatto del terzo album una pastetta che scimmiottava i primi due. Invece, posato il banjo, smessi i gilet e le camicie a quadri, Mumford and Sons hanno scelto di smettere di essere quello che erano – una bella realtà del folk inglese – per trasformarsi in cloni mediocri dei già mediocri Coldplay. L’ascolto di Wilder Mind ha il potere, spiace sottolinearlo, di far rivalutare i Coldplay originali. Solo per questo sarebbe da portare rancore a Marcus Mumford (che peraltro non si è fatto mancare cose importanti durante la pausa, partecipando alla colonna sonora di Inside Llewyn Davis e al progetto New Basement Tapes. Poi però ci sono quei due dischi lì, i primi due, che almeno uno se li riascolta e può perdonare tutto. Quasi tutto.

The CaveSigh No More, 2009

Winter WindsSigh No More, 2009

White Blank PageSigh No More, 2009

I gave you allSigh No More, 2009

Awake my soulSigh No More, 2009

BabelBabel, 2012

I will waitBabel, 2012

Holland RoadBabel, 2012

Lover of the LightBabel, 2012

Hopeless WandererBabel, 2012

 

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