Dodici canzoni di George Harrison dopo i Beatles

george harrisonUn decennio nei Beatles all’ombra di Lennon e McCartney, un album triplo nel 1970 immediatamente dopo lo scioglimento dei Beatles, la causa (persa) per plagio con My Sweet Lord, una carriera musicale di basso profilo, un disco ogni tanto – a volte buoni, altre meno – e una vita dedicata alla “ricerca costante di Dio”. George Harrison è stato – quasi suo malgrado – il suono del più grande gruppo di tutti i tempi. E’ stato il primo, fra i Beatles, a sentire intollerabile il peso di essere un beatle. Il primo a stancarsi di andare in tour a suonare dal vivo, il primo a capire che la sua fama e la sua visibilità potevano essere utilizzate per scopi nobili (organizzò per questo il concerto per il Bangladesh). E’ stato il primo a suonare il sitar in un disco rock e uno dei primi a fare world music. Ha venduto milioni di dischi con canzoni che parlavano di Dio, di religione e spiritualità. Ha finanziato Brian di Nazareth dei Monty Python buttando via un sacco di soldi (e anche solo per questo lo dovremmo ringraziare in eterno). Ebbe due mogli. Pattie Boyd, una modella conosciuta nel 1964 che lo lasciò per Eric Clapton, e Olivia Arias, che faceva la segretaria per una casa discografica. Era ironico, timido, modesto. Sperava che, dopo la sua morte, lo si potesse ricordare come uno che era stato un bravo giardiniere. Sopravvisse all’aggressione di un tizio, che lo pugnalò più volte lasciandolo in fin di vita. Morì di cancro due anni dopo, nel 2001.

I’d have you anytime (All things must pass, 1970)
In apertura del primo monumentale album, scritta insieme a Bob Dylan, con cui in quel periodo strinse un’amicizia forte al punto da convincerlo a tornare a suonare dal vivo per il Bangladesh.
E’ un brano notevole, di una semplicità disarmante e perfetta.
My Sweet Lord (All things must pass, 1970)
La causa per “plagio inconsapevole” di He’s so fine delle Chiffons, persa, gettò un’ombra sugli anni successivi e sul pezzo stesso. A decenni distanza resta che My Sweet Lord, nonostante la somiglianza, è un classico e che George Harrison è stato uno dei pochi a portare Dio, la religione, la spiritualità, una preghiera, in cima alle classifiche.
Isn’t it a pity (All things must pass, 1970)
Uno dei gioiellini del triplo album d’esordio. Proposta in due versioni, una prodotta da Phil Spector, più lunga e struggente. L’altra prodotta da George Martin, più minimale. Meglio la prima.
Isn’t it a pity
Now, isn’t it a shame
How we break each other’s hearts
And cause each other pain


All things must pass (All things must pass, 1970)
A un certo punto della storia dei Beatles lui era arrivato a scrivere cose come questa, eppure doveva ancora faticare per far entrare i suoi pezzi sugli album. Questa non ci riuscì e fu un bene per la sua carriera solista.

Give me love (Give me peace on earth) (Living in the Material World, 1973)
Non era certo facile dare un seguito a un disco come All things must pass. Come sempre, la soluzione trovata da George Harrison fu “fare le cose semplici”. Album autoprodotto e un singolo d’apertura facile facile e irresistibile. Spiritualità, una deliziosa chitarra slide, Nicky Hopkins al piano.

Crackerbox Palace
(Thirty-Three & 1/3, 1976)
Dopo altri due dischi tutt’altro che riusciti e la fine del matrimonio con Pattie Boyd, George si riprese parzialmente con Thirty-Three &1/3. Primo disco per la sua etichetta personale, la Dark Horse. Crackerbox Palace vale parecchio perché, oltre a essere un pezzo piacevole, venne promossa con un video girato da Eric Idle dei Monty Python.

Love comes to everyone (George Harrison, 1979)
A cavallo tra gli anni 70 e 80, sembrò che la sua carriera stesse riprendendo. I dischi di questo periodo, anche se non paragonabili alle cose notevoli fatte coi Beatles e nei primi anni da solista, sono credibili e pieni di buoni spunti. Come questa Love comes to everyone, che apriva l’album e su cui suonavano Clapton e Stevie Winwood.


All those years ago
(Somewhere in England, 1981)
Doveva essere un pezzo per Ringo, l’aveva pure già registrata. Poi l’uccisione di Lennon cambiò tutto. Divenne un omaggio a lui, ai Beatles, a un’epoca. Con Ringo alla batteria e Paul ai cori. E fu un successo, ovviamente.
Dream away (Gone Troppo, 1982)
Scritta per la colonna sonora di Time Bandits di Terry Gilliam – la si può ascoltare nei titoli di coda – registrata un giorno prima della morte di Lennon. Fra i pezzi più piacevoli di George Harrison, che già andava incontro alla fase declinante della carriera.
When we was Fab (Cloud Nine, 1987)
Altro pezzo nostalgico, scritto con Jeff Lynne, in piena crisi di metà anni 80, con citazioni varie (gli archi di I am the Walrus), Ringo alla batteria e un errore ortografico, voluto.

Got my mind set on you
(Cloud Nine, 1987)
Ultimo grande successo di George Harrison. Cover irresistibile, produzione vivace di Jeff Lynne, di un pezzo degli anni 60. Con annesso video notevole.
Any Road (Brainwashed, 2002)
Un anno dopo la sua morte, uscì Brainwashed, l’ultimo disco di George, registrato durante gli ultimi quattro anni della sua vita in collaborazione col figlio Dhani e Jeff Lynne. Nonostante fosse già malato, George appare creativamente in forma, nell’album sono presenti tracce molto buone e, grazie a Lynne, il disco è sicuramente fra i suoi più riusciti.
If you don’t know where you’re going,
any road will take you there

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...