Dieci grandi dischi del 2015

2015

Il 2015 è stato, soprattutto, l’anno in cui i Wilco hanno sbagliato un disco. Non succedeva da…non era mai successo. Ok, il disco è stato distribuito gratuitamente, ma non è una buona scusa (vedi RadioheadIn Rainbows, 2007). Star Wars – il cui titolo, nell’anno dell’uscita del settimo film della serie, va beh, sarà stato un caso – è un album deludente, poco ispirato e un po’ arrangiato. E anche la copertina è terribile. Peccato.
Per il resto, mi rendo conto che sto invecchiando e – anche se continuo ad ascoltare tutto – mi restano attaccate quasi solamente cose vecchie, di vecchi, che sanno di vecchio. I Blur, per dire, che hanno fatto un signor disco, c’è poco da fare. Un disco che non è solo una reunion. E’ la coerente prosecuzione di un filo interrotto nel 2003. The Magic Whip è coerente con quello che sono stati i Blur fino ad allora e con quello che da allora hanno fatto, in particolare, Damon Albarn e Graham Coxon. E’ a tutti gli effetti l’ottavo album dei Blur, nulla a che vedere con quanto fatto dai Soundgarden, ad esempio, nel 2012.

E poi c’è Mike Scott, che da oltre tre decenni  – con qualche pausa – porta ostinatamente avanti il marchio Waterboys, cambia compagni di viaggio e ispirazione, ma non delude mai, sia quando calpesta il territorio che gli è storicamente più familiare, quello dello folk, sia quando decide di virare al rock più energico. Modern Blues è un disco davvero fantastico.

A proposito di folk, quest’anno sono tornati i Decemberists. E ancora una volta Colin Meloy – voce e mente del gruppo – non ha mancato il colpo. What a terrible world, what a beautiful world è un disco in qualche modo più “facile” rispetto a certe cose del passato, un disco di canzoni, meno compatto rispetto alle cose fatte in precedenza. Ma si tratta di grandi canzoni, Meloy ha un tocco magico e inconfondibile.

I Beach House si sono presi tre anni per “digerire” il successo di Bloom – e di Teen Dream – ma non sono evidentemente rimasti a guardarsi negli occhi. Hanno scritto tanto e bene, al punto che alla fine ne è venuto fuori materiale per due ottimi album, pubblicati entrambi nel giro di pochi mesi, tra agosto e novembre. Depression Cherry è stato il primo dei due, seguito da Thank your lucky stars. I due dischi potevano tranquillamente formare un doppio album, entrambi testimoniano un ritorno a sonorità più minimali, il secondo è più malinconico, Depression Cherry, forse, più vario.

Rituals degli Other Lives è uno dei dischi più interessanti dell’anno. Il seguito di Tamer Animals del 2011 è un album ostico al primo ascolto, guarda agli ultimi Radiohead, spiazza, ma lentamente si insinua e conquista.

E passiamo ai cantautori, ché i capolavori sono qui.
Ok, no Ryan Bingham. Lui il suo capolavoro l’ha fatto anni fa, all’esordio. Poi alti e bassi, cose buone e anche ottime, ha vinto un Oscar. Nel 2012 aveva un po’ deluso con un disco spento. Quest’anno è tornato a essere la voce più interessante del country rock. Insomma, vi deve piacere quella roba lì di camicie a quadri, voce roche, chitarre, banjo, violini e armoniche a bocca. La polvere del Texas che sembra di respirarla a ogni traccia. Ecco, queste cose ci sono tutte in Ryan Bingham, ci sono di nuovo in Fear and Saturday Night.

Sufjan Stevens invece sì. Ha fatto il suo capolavoro. Carrie & Lowell ha la grandezza di Illinois, pur essendone il suo opposto. Non ne ha la maestosità, la grandeur. E’ un’opera struggente, intimista, personale.

Atmosfere malinconiche, arrangiamenti minimali. Se Carver fosse stato un cantautore avrebbe fatto dischi come Nephew in the wild di Advance Base.

Peter Walsh ci ha messo diciotto anni a dare un seguito all’ultimo disco della sua creatura, gli Apartments. Era il 1997, poi una tragedia familiare da superare e una lunga attesa che quest’anno è stata finalmente premiata. No song, no spell, no madrigal è un disco raffinato, elegante, in bianco e nero come la sua copertina.

Quello di Benjamin Clementine è stato uno dei primi dischi pubblicati nel 2015. At Least for now è uscito lo scorso gennaio, il Mercury Prize vinto a novembre ha semplicemente chiuso trionfalmente l’anno perfetto del cantante londinese che a 26 anni – con un passato da clochard a Parigi (lì, mentre si esibiva in metro come tanti altri, è stato notato e messo sotto contratto) – è stato la voce e la colonna sonora più incredibile degli ultimi dodici mesi.

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