Dodici canzoni dei Rolling Stones con Brian Jones

I Rolling Stones migliori sono quelli con Mick Taylor, una parentesi breve ma intensa della loro storia in cui hanno infilato di fila due capolavori assoluti come Sticky Fingers e Exile on Main Street. Ma quei Rolling Stones, nati dall’allontanamento di Brian Jones, non sarebbero stati ovviamente possibili senza la line-up originaria. Di quei primi Stones, Brian Jones era il leader. Insieme a Jagger e Richards, anche qualcosa in più finché c’è stato con la testa. Le canzoni erano di quei due, certo, quasi sempre, ma il contributo di Jones ha segnato più di quanto si pensi l’evoluzione del suono degli Stones. A Brian Jones (e ovviamente a Keith Richards) si deve il tipico intreccio delle due chitarre, la ritmica e la solista che suonano la stessa parte, come fossero una chitarra sola – impostazione abbandonata con l’arrivo di Mick Taylor, più solista, più portato all’assolo. E sempre a lui si deve l’evoluzione successiva, l’allontanamento dal blues verso la sperimentazione. Lady Jane, Paint it black, She’s a rainbow. Dulcimer, clavicembalo, sassofono, sitar. Sapeva suonare tutto. Se i primi Rolling Stones non sono stati solo Satisfaction e cover di Chuck Berry, il merito è in gran parte di Brian Jones. Ovviamente la cosa creò scompensi. Brian Jones voleva andare da una parte, Jagger e Richards da un’altra. E soprattutto, a un certo punto, Brian Jones non era più in grado di andare da nessuna parte. Un po’ come per Syd Barrett con i Pink Floyd, successe che Brian Jones non era più in grado nemmeno di suonare e venne lasciato al suo destino. Il suo destino era evidentemente una piscina ad Hartfield, nel Sussex.


The Last Time (Out of our heads, 1965)

Jagger e Richards la considerano la loro prima canzone che non fosse un riempitivo da mettere su un disco. Effettivamente un gran pezzo, con un riff ossessivo e una fama riesplosa negli anni Novanta per quel mezzo plagio dei Verve con Bittersweet Symphony (in realtà avevano campionato gli archi della versione pubblicata dal manager degli Stones, Andrew Loog Oldham, insomma è una storia abbastanza ridicola).

(I can’t get no) Satisfaction (Out of our heads, 1965)

Un riff di chitarra e lui che russava per 40 minuti. Questo disse d’aver sentito su nastro Keith Richards la mattina dopo aver registrato quello che è forse il riff più famoso di sempre. All’inizio era in realtà un pezzo folk, c’era la chitarra acustica e l’armonica di Brian Jones, ma Richards pensava che quel riff andasse suonato con dei fiati. Alla fine arrivò la sorprendente distorsione con effetto fuzz. La versione di Otis Redding, ecco come la voleva Richards.

Lady Jane (Aftermath, 1966)

Questo è quello che stava facendo Brian Jones ai Rolling Stones. 1966, Jagger e Richards che cominciano a comporre sul serio (Aftermath, interamente a firma loro) e lui che suona questa cosa, il dulcimer. Con Jack Nitzsche al clavicembalo ne viene fuori un pezzo che sembra venire fuori da un secolo lontano.

Out of Time (Aftermath, 1966)

Sempre sullo stesso disco, Richards si occupa delle due chitarre perché Brian Jones ha scoperto un nuovo giocattolino, una marimba (ma in effetti senza non sarebbe stata la stessa cosa, bisogna ammetterlo. E poi l’organo di Ian Stewart, c’era sempre o quasi lui).

Paint it black (1966)

L’idea del sitar era venuta probabilmente a Brian Jones grazie a George Harrison, che l’anno prima l’aveva inserito per la prima volta in un disco di musica rock. Se Paint it black è storia è grazie soprattutto a questa aggiunta. Sfortunatamente l’indole del biondino portò anche molta confusione ma non fu certo tutto da buttare.

We love you (1967)

Erano finiti in carcere per possesso di stupefacenti, Jagger e Richards. E allora ecco il cancello che sbatte, i passi e le catene. E poi Lennon e McCartney ai cori, il pianoforte di Nicky Hopkins, il mellotron Brian Jones. Nel video inscenavano il processo a Oscar Wilde, c’era anche Marianne Faithfull. Brano atipico, se uno pensa a cosa sono stati e sono gli Stones, ma enorme.

Citadel (Their Satanic Majesties Request, 1967)

In un album che del suono dei Rolling Stones ha molto poco – additato come scialba imitazione del Sgt. Pepper, poco considerato persino dai suoi autori, andrebbe rivalutato – Keith Richards piazza comunque uno dei suoi riff migliori.

She’s a rainbow (Their Satanic Majesties Request, 1967)

Una delle ragioni per cui questo disco andrebbe rivalutato. Grandissimo pezzo, partitura d’archi arrangiata dal futuro Led Zeppelin John Paul Jones, altra prova di Brian Jones al mellotron, bellissima frase al pianoforte di Nicky Hopkins.

Jumpin’ Jack Flash (1968)

Arriva un nuovo produttore, Jimmy Miller. Si ritorna alle origini, al blues e ai riff di chitarra, stavolta chitarra acustica, il cui suono è saturato e distorto utilizzando un registratore a cassette.

Child of the moon (1968)

Questo è un lato B, per dire, il lato B di Jumpin’ Jack Flash. Brian Jones suona il sax, il basso di Bill Wyman è distorto con pedale fuzz.

Sympathy for the Devil (Beggar’s Banquet, 1968)

Grazie al film di Godard One plus One è possibile seguire l’evoluzione del pezzo (da una canzone in stile Bob Dylan a un samba, secondo la definizione di Keith Richards). L’ispirazione viene da Il Maestro e Margherita di Bulgakov.

Stray cat blues (Beggar’s Banquet, 1968)

Uno dei brani migliori di quel grande album che è Beggar’s Banquet, uno degli esempi migliori del modo in cui Keith Richards rileggeva la lezione dei maestri del blues.

 

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