[2016] A Moon Shaped Pool – Radiohead

ImmagineNon sono stati solo hype, anzi. L’hanno fatto ancora, i Radiohead hanno fatto la cosa che sanno fare meglio: essere i più grandi. A Moon Shaped Pool è un disco meraviglioso, così bello da mettersi a piangere. Un disco notturno, una carezza, un abbraccio struggente. E’ un grande disco dei Radiohead, un grande disco di canzoni, il disco dei Radiohead che stavo aspettando. C’è voluta, forse, la fine del matrimonio di Thom Yorke. C’è voluto forse, più semplicemente, che i Radiohead facessero il cazzo che gli pareva, ancora una volta. Ne è uscito un disco enorme. Enorme in un modo molto diverso rispetto a Ok Computer e a Kid A. A Moon Shaped Pool non sarà un disco generazionale, non segnerà la nostra epoca come Ok Computer ha fatto per gli anni Novanta e Kid A per il decennio successivo. E sinceramente, sticazzi.
A Moon Shaped Pool sono undici pezzi che ci riportano, più o meno, dalle parti di In Rainbows, anche se le canzoni vengono in realtà da periodi molto diversi fra loro e, in un caso, da molto lontano.
True love waits è la loro b-side più nota e amata. Nata ai tempi di The Bends, ne era uscita una versione acustica su I might be wrong. Ora compare a sorpresa a chiudere il disco: non poteva trovare collocazione migliore, in questa veste voce e pianoforte soprattutto.
Prima di True love waits succede di tutto. I brani sono in ordine alfabetico, cosa che può o meno avere un significato, e si comincia con Burn The Witch, il primo singolo, forse la canzone che ha meno a che fare con tutto il resto, come atmosfera, con quella partitura d’archi che fa pensare ai Coldplay (ma c’è chi vi legge un riferimento più colto al Krzysztof Penderecki con cui Jonny Greenwood ha collaborato in passato). Daydreaming, il secondo singolo, lenta e avvolgente, è la vera anticipazione di quello che è davvero il nono disco dei Radiohead. Decks Dark (uno dei momenti più alti) e Desert Island Disk confermano che con questo disco i Radiohead si allontanano da The King of Limbs e tornano a In Rainbows. Ful stop è la canzone meno facile del disco, quasi krautrock, ed è bellissima: sarebbe facile collegare il verso You really messed up everything alla rottura tra Yorke e la moglie, ma potrebbe essere solo una suggestione. Poi c’è Glass Eyes, quel pianoforte, quegli archi e Thom Yorke che canta I feel this love turn cold. Straziante, definitiva. Se non fosse che poi parte Identikit e si sale davvero in quota, anche e soprattutto grazie all’assolo di Jonny Greenwood. A Moon Shaped Pool non è disco da pause o cadute, la seconda parte è bella e coinvolgente e piena di cose interessanti come la prima. The Numbers ha quella chitarra che sembra venire dai Led Zeppelin (The Rain Song) e Present Tense è una specie di sorellina di Reckoner. Insomma, fin qui tanta roba. Tanta al punto che potrebbe bastare, che Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief rischia di rimanere schiacciata fra Present Tense e il finale inatteso, spiazzante di True Love Waits in questo suo nuovo abito da sera.
L’hanno fatto ancora, i Radiohead, ci hanno regalato il disco che volevamo. A conti fatti, ogni due dischi uno è un capolavoro. E’ per questo che gli si perdona tutto – il marketing, una certa pretenziosità, la guerra contro Spotify che non era una guerra – perché sono ancora i più grandi.


Tracklist

  1. Burn The Witch
  2. Daydreaming
  3. Decks Dark
  4. Desert Island Disk
  5. Ful Stop
  6. Glass Eyes
  7. Identikit
  8. The Numbers
  9. Present Tense
  10. Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief
  11. True Love Waits

Da ascoltare: Daydreaming, Decks Dark, The Numbers, Present Tense

Produzione

Nigel Godrich, Radiohead

 

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