Dodici canzoni dei Rolling Stones con Ron Wood

Ron Wood era perfetto per i Rolling Stones, era perfetto per Keith Richards. Anche se ci pensarono prima un po’ su, non poteva che essere lui il nuovo chitarrista destinato a prendere il posto di Mick Taylor.


Le prime note coi nuovi compagni Ron Wood le suona su Black and Blue (beh, c’era stata in effetti una comparsata non accreditata su It’s only rock and roll, ma è durante le incisioni di Black and Blue che diventa il quinto in pectore, anche se ancora su disco appaiono Wayne Perkins e Harvey Mandel, suoi concorrenti al ruolo), poi parte in tour con loro e – dopo lo scioglimento dei Faces – entra ufficialmente a far parte del gruppo.
Il primo disco dei Rolling Stones con la nuova formazione è Some Girls, un disco figlio della sua epoca come forse nessun altro disco dei Rolling Stones prima e dopo. Il gruppo – che con Richards alle prese con la sua dipendenza da eroina è sotto la guida esclusiva e dispotica di Mick Jagger – sperimenta la discomusic e sforna un singolo da classifica come Miss you. Il disco è giustamente considerato fra le cose migliori del gruppo  – e in scaletta c’è una delle loro ballate più belle, Beast of burden – ma non si può fare a meno di notare come il passaggio del timone a Jagger abbia allontanato i Rolling Stones da se stessi. A tenere la band ancorata alle sue radici pensa ovviamente Keith Richards con la sua Before they make me run.

Before they make me run (Some Girls, 1978)

Beast of Burden (Some Girls, 1978)

Due anni dopo esce Emotional Rescue, una specie di copia meno fortunata del disco precedente. Manca il singolo che sbanca come Miss You – anche se Dance Pt.1 in apertura non è certo inferiore – ma tutto il resto è al suo posto, compreso il convincente rock and roll di Let me go, in cui Ron Wood si cimenta in un bell’assolo che non fa rimpiangere troppo Mick Taylor.

Dance Pt1 (Emotional Rescue, 1980)

Let me go (Emotional Rescue, 1980)

Nel 1981 i Rolling Stones pubblicano Tattoo You. Keith Richards sta meglio e si vede. Si prende il retro della copertina e, sostanzialmente, un lato del disco, che vede tutti insieme nello stesso lato (del vinile) i pezzi più rock e veloci e nell’altra le ballate. Assemblato per lo più con scarti dei dischi precedenti, è forse l’album più bello degli Stones se si escludono i quattro messi in fila fra il ’68 e il ’72 (Beggar’s Banquet, Let it bleed, Sticky Fingers, Exile), si apre con Start me up (l’ennesimo riff killer della loro lunga carriera) e si chiude con Waiting on a friend, ballata fenomenale col grande Sonny Rollins a impreziosire il finale. In mezzo, tanta roba. Su tutte Slave e anche qui grande riff e Sonny Rollins.

Start me up (Tattoo You, 1981)

Slave (Tattoo You, 1981)

Waiting on a friend (Tattoo You, 1981)

Sono gli anni più complicati della loro storia. Undercover of the night del 1983 è un disco decisamente sotto i loro standard, Richards e Jagger non si possono vedere, tutti si mettono a fare altro, la separazione sembra alle porte. Poi, con Jagger impegnato a lanciare la sua carriera solista, Keith Richards si ritrova nuovamente al timone del gruppo. Il risultato è Dirty Work, prodotto da Steve Lillywhite, un disco – non era difficile – superiore al precedente che si chiude con una struggente ballata cantata da KeithSleep tonight – e un omaggio strumentale dedicato a Ian Stewart, il loro storico pianista, fondatore del gruppo, “sesto Stone” a tutti gli effetti, morto alla fine delle registrazioni del disco.

Sleep tonight (Dirty Work, 1986)

Quando è uscito Steel Wheels, nel 1989, me lo ricordo. Mi ricordo gli speciali in tv, le interviste, loro in studio. Mi ricordo che già allora sembravano vecchi reduci a fine corsa e la cosa – adesso che sono passati quasi trent’anni, tre dischi e non so quanti tour mondiali – fa abbastanza sorridere. Sarà anche per il madeleine effect che mi riporta ai miei dieci anni ma Mixed Emotions è una delle cose più belle che i Rolling Stones hanno fatto negli ultimi tre decenni.

Mixed emotions (Steel Wheels, 1989)

Nel 1993 i Rolling Stones festeggiano trent’anni dal loro esordio entrando in studio con un nuovo produttore – Don Was – e un membro fondatore in meno. Bill Wyman passa la mano e non viene sostituito. La line-up rimane a quattro e su disco il basso viene suonato da Darryl Jones, fenomeno con un passato a fianco di Miles Davis e Herbie Hancock e incursioni rock con Sting, Peter Gabriel, Eric Clapton. Il disco che ne viene fuori – Voodoo Lounge – è decisamente il migliore dai tempi di Tattoo You. I suoni sono incredibili, Charlie Watts è un portento e tutti sembrano artisticamente ringiovaniti di quindici anni nonostante le rughe ricordino il crollo di più dighe. Nel disco ci sono un sacco di cose notevoli, Love is strong le riassume tutte in meno di quattro minuti.

Love is strong (Voodoo Lounge, 1994)

A tre anni di distanza, Bridges to Babylon prova a essere all’altezza di Voodoo Lounge ma chiaramente non può averne l’immediatezza, l’impatto. Non è comunque male e gli Stones hanno la buona idea di chiamare a collaborare più produttori, cosa che garantisce all’album una varietà di idee esterne e suoni che compensa la relativa ripetitività di Jagger e Richards. Su Saint of me ci sono i Dust Brothers.

Saint of me (Bridges to Babylon, 1997)

A Bigger Bang esce nel 2005 e vale più per le statistiche – con questo disco i Rolling Stones entrano nel quarto decennio di vita – e perché offre la scusa per l’ennesimo tour mondiale (all’Olimpico di Roma, finalmente, c’ero anche io). Per il resto è un disco stanco, che ripropone più o meno ciò che ci si aspetta dai Rolling Stones ma senza aggiungere nulla a quanto hanno già fatto. E’ solo mestiere, svolto da chi lo conosce bene, ma mestiere. E’ un compitino che fila senza sussulti se non, qui e là, di noia. Poi a un certo punto Keith Richards prende il microfono e, come già in passato, ruba la scena e commuove.

This place is empty (A Bigger Bang, 2005)

 

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