[1967] – Millenovecentosessantasette

1967


Between the Buttons esce a gennaio, fotografia sfocata dei Rolling tones ancora indecisi sulla direzione da prendere. Jagger e Richards da una parte e Brian Jones dall’altra. Singoli pazzeschi come Let’s spend the night together e Ruby Tuesday da una parte (almeno nell’edizione americana), qualche traccia riempitivo non particolarmente riuscita (Cool, Calm and Collected) e gioiellini sottovalutati come She smiled sweetly e Yesterday’s papers.
Tra gennaio e maggio i Monkees – gruppo fake da serie tv – pubblicano due album, il secondo e il terzo della loro carriera. Niente di che anche se More of the Monkees non è malaccio e dentro c’è una bella cover di I’m a believer (Neil Diamond). A novembre pubblicheranno anche Pisces, Aquarius, Capricorn & Jones Ltd.
Sempre a gennaio esce il primo album dei Doors, band le cui fortune sono legate soprattutto al carisma del leader Jim Morrison. Il primo disco però è notevole, non solo perché contiene Light my fire, Break on through, The End, ma per come ogni singola traccia contribuisce alla creazione del mito.

Febbraio è il mese dei californiani. I Byrds danno seguito al raga rock di Eight miles high col meno centrato, ma godibile, Younger than yesterday, esce Deliver dei Mamas and Papas e soprattutto i Jefferson Airplane si prendono lo scettro della scena di San Francisco con Surrealistic Pillow: l’album contiene Somebody to love, White Rabbit, la voce meravigliosa di Grace Slick, le chitarre di Kantner e Kaukonen. Fondamentale.

Marzo è mese di esordi mediocri di gente che si farà (Matthew and Son di Cat Stevens) ed esordi wow di gruppi fenomenali: The Grateful Dead, ovviamente. Nel frattempo Donovan prosegue il suo allontanamento dal modello Dylan con Mellow Yellow.
E mentre c’è un rock che va verso suoni sempre più curati e puliti, che canta di fiori e amore e pace, prepara la Summer of Love, celebrando le meraviglie dell’erba e dell’LSD, ecco che arrivano i Velvet Underground, arriva Lou Reed con le sue puttane, i trans, l’eroina, le dissonanze rumorose di John Cale, le ritmiche ossessive di Maureen Tucker. Sul momento non c’entra un cazzo – sembra – con quello che succede nel resto della scena rock, ma da qui nasceranno un po’ di cose interessanti che segneranno il decennio successivo.

Tra aprile e maggio escono Happy Together dei Turtles e Electric Comic Book dei Blues Magoos, ma soprattutto il primo incredibile disco di Jimi Hendrix e Absolutely free delle Mothers of Invention di Frank Zappa.

A giugno cambia la storia del rock. Il primo del mese, con pessima scelta di tempo, esordisce David Bowie con un disco tutt’altro che memorabile. Il primo del mese è il giorno dell’uscita di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, il disco con cui i Beatles, nel bene e nel male, segneranno la loro epoca e gli anni a venire.

La seconda parte dell’anno è ricca di esordi importanti. Bee Gees, Vanilla Fudge, Scott Walker solista. E poi soprattutto Janis Joplin nell’agosto del 1967 con un disco che non è granché – farà decisamente meglio col successivo Cheap Thrills – ma c’è la sua voce, che basta e avanza; i Procol Harum, pionieri del rock progressivo (il pianoforte di Gary Brooker, l’hammond di Matthew Fisher, i testi di Keith Reid); The Piper at the gates of dawn dei Pink Floyd, inciso nello studio adiacente a quello in cui i Beatles creavano Sgt. Pepper’s.
Altri uscite di livello di quei mesi sono Goodbye and Hello di Tim Buckley e l’omonimo dei Moby Grape.
A settembre i Beach Boys riescono a pubblicare quel che resta del progetto ambizioso di Brian Wilson: del capolavoro che avrebbe dovuto segnare la storia della musica resta la copia sbiadita, Smiley Smile. Nello stesso mese i Doors pubblicano subito il loro secondo album, Strange Days, mentre Something Else by the Kinks conferma Ray Davies nel ristretto Olimpo del pop con Lennon, McCartney e Brian Wilson.

L’anno finisce col botto. A novembre escono Days of future passed – altra pietra fondativa del rock progressivo, con i Moody Blues che si fanno accompagnare dalla London Festival OrchestraDisraeli Gears dei Cream e il capolavoro dei Love, Forever Changes. I Beatles, in preda a manie di grandezza girano il film Magical Mystery Tour e pubblicano la colonna sonora in un EP che ha il grande merito di contenere I am the walrus. Negli Stati Uniti lo trasformano in un LP aggiungendo i singoli che i Beatles hanno pubblicato nel 1967: con Strawberry Fields Forever, Penny Lane e All you need is love sarebbe uno dei dischi più belli dell’anno.
A dicembre esce anche il secondo disco della Jimi Hendrix Experience (Axis: Bold as love) e i Rolling Stones pubblicano forse il più bello fra i dischi più sottovalutati di sempre: Their Satanic Majesties Request è la versione “brutta sporca e cattiva” del Sgt. Pepper’s beatlesiano, critica e fan si aspettano altro da loro, ma la tracklist comprende cose come She’s a rainbow, 2,000 light years form home, 2,000 man, Citadel. E mentre Dylan se ne viene fuori con un ritorno alle radici e al folk acustico – John Wesley Harding – e Leonard Cohen pubblica il suo primo album, gli Who realizzano il loro primo capolavoro: The Who Sell Out.

Altri esordi importanti: Laura Nyro, Arlo Guthrie, Ten Years After, Nico, Sly and the Family Stone, Traffic.

Altre uscite di rilievo: I Never Loved a Man the Way I Love You di Aretha Franklin, Triangle dei Beau Brummels, il secondo disco dei Buffalo Springfield e Country Joe and The Fish.


I DIECI ALBUM MIGLIORI DEL 1967

  1. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – The Beatles
  2. The Who Sell Out – The Who
  3. The Velvet Underground and Nico – The Velvet Underground
  4. Are you experienced – The Jimi Hendrix Experience
  5. Procol Harum – Procol Harum
  6. Their Satanic Majesties Request – The Rolling Stones
  7. The Doors – The Doors
  8. Love – Forever Changes
  9. Disraeli Gears – Cream
  10. Surrealistic Pillow – Jefferson Airplane

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