Quindici canzoni di Lucio Battisti (con Mogol)

lucio-battistiUndici album in poco più di dieci anni. Sarò banale, ma questa fase della discografia di Lucio Battisti – quella con a fianco Mogol – resta insuperabile. Battisti è stata la prima star del rock italiano, l’unica – prima di Vasco Rossi forse, al netto dei giudizi di valore – capace di andare oltre il cliché del cantautore impegnato, di “personalizzare” l’esperienza del pop rock anglosassone, di seguire le mode al punto da avere costantemente successo e di non esserne succube così da essere sempre attuale. L’unico cantautore italiano a mettere la musica – e i musicisti – al centro della sua opera (anche se grazie a Mogol le parole delle sue canzoni sono entrate più di tutte nel sentire e nel parlare comune). Interprete imperfetto, incerto, non banale. “Quelle emozioni che Battisti è in grado di regalare dipendono anche dalle parole, ma più che dal loro significato, dal loro modo di suonare e configurarsi, per come si incastrano e per come le pronuncia Lucio” (Christian Zingales, Lucio Battisti, Luci-Oh – Tuttle Edizioni, del 2016: da avere).


Nel sole, nel vento, nel sorriso, nel pianto (Lucio Battisti, 1969)

Primo album dopo i successi da autore. Molti pezzi erano stati già cantati da altri (è il disco, fra le altre, di 29 settembre). Questa l’avevano fatta i Ribelli di Demetrio Stratos, che su questo disco suona le tastiere.

Anna (Emozioni, 1970)

Interpretazione pazzesca e gran lavoro di Franz Di Cioccio alla batteria.

Anche per te (1971)

C’è qualcosa, nell’intrecciarsi di pianoforte e chitarra acustica, che rimanda in qualche modo a Cat Stevens, negli anni in cui Cat Stevens passava dall’album Tea for the tillerman a Morning has broken, per intenderci.

Comunque Bella (Umanamente uomo: il sogno, 1972)

Da un disco praticamente perfetto, pieno di classici, un brano minore che però è un gioiello.

Sognando e risognando (Umanamente uomo: il sogno, 1972)

Non c’è più ad accompagnarlo quella che nel frattempo è diventata la PFM. C’è Massimo Luca alla chitarra e Tony Cicco della Formula 3 alla batteria e questo è un pezzo incredibile.

La luce dell’est (Il mio canto libero, 1972)

Grande arrangiamento di Gian Piero Reverberi e capolavoro.

Vento nel vento (Il mio canto libero, 1972)

Altro strepitoso arrangiamento d’archi di Reverberi, l’assolo finirà dritto ne La leva calcistica di De Gregori, la canzone è bellissima anche per il cantato incerto di Battisti.

La collina dei ciliegi (Il nostro caro angelo, 1973)

Disco capolavoro, canzone d’apertura altrettanto.

Il nostro caro angelo (Il nostro caro angelo, 1973)

Il basso di Bob Callero e la chitarra acustica di Battisti introducono la title-track. Il resto lo fanno le parole di Mogol e ancora Battisti con chitarra e pianoforte.

Questo inferno rosa (Il nostro caro angelo, 1973)

Degna conclusione del disco più riuscito di Battisti. Grandioso l’intreccio fra le chitarre di Battisti e gli archi di Reverberi.

Anima Latina (Anima Latina, 1974)

World music before it was cool.
Quando musica e miseria
diventan cosa sola.
La gioia della vita.
La vita dentro agli occhi dei bambini denutriti,
allegramente malvestiti
che nessun detersivo potente può aver
veramente sbiaditi. 

Ancora tu (Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976)

Arrivano Ivan Graziani alla chitarra e Walter Calloni alla batteria, dopo i suoni latinoamericani del disco precedente ecco l’infatuazione per la disco music.

Ho un anno di più (Io tu noi tutti, 1977)

Si avvicina la fine del binomio Battisti-Mogol, il disco è poco “italiano” e questo pezzo è sommessamente delizioso.

Prendila così (Una donna per amico, 1978)

Album registrato a Londra e si sente ovunque fra le tracce, in particolare nel brano di apertura.

Con il nastro rosa (Una giornata uggiosa, 1980)

L’ultimo disco firmato da Battisti insieme a Mogol si chiude con uno dei loro brani più riusciti sotto ogni punto di vista, Phil Palmer alla chitarra e pieno di espressioni divenute qualcosa più che proverbiali.

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